• una cava incontaminata

11 Marzo La cava di Baulì e i suoi incredibili Ddieri


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Direttori: Giancarlo Parrino 339 4373443 e Maurizio Azzara 349 1194887

Appuntamento: 8:30 Ragusa piazzale foro boario, s.p. 10 Ragusa-Chiaramonte km 1,200
Rientro: nel pomeriggio
Durata dell’escursione: un giorno
Equipaggiamento: zaino, scarpe da trekking, bastoncini, mantellina parapioggia
Mezzo di trasporto: auto propria
Tipologia del percorso e tracciato: in linea su sterrati, sentieri con brevi tratti impervi
Difficoltà del percorso: E
Dislivello totale in metri: 388 metri in salita, 428 in discesa
Altitudine in metri sul livello del mare: tra quota 531 e quota 665
Lunghezza del percorso in chilometri: 9
Tempo di percorrenza in ore: 3 ore oltre le soste per le visite ai ddieri
Ripari lungo il percorso: no
Guadi da attraversare: no
Acqua potabile lungo il percorso: no
Pasti: pranzo a sacco
Numero massimo dei partecipanti: 35
Quota di partecipazione: 2 € contributo volontario, eventuali non soci devono attivare la
copertura assicurativa entro il 9 marzo (costo 6 €)

Programma dettagliato dell’escursione

Dopo il raduno ci trasferiremo in auto a Palazzolo Acreide (circa 40 km). L’escursione ha inizio da una stradina sterrata che costeggia il pianoro sopra la cava di Baulì, dopo circa 4 km inizia la breve discesa che conduce sul fondo della cava. L’ambiente è assolutamente selvaggio e incontaminato, il sentiero appena visibile si addentra in mezzo a un fitto bosco di lecci dove il sole stenta a filtrare. La vegetazione è lussureggiante, pochissimi i segni di antropizzazione a parte qualche muro a secco ricoperto di muschio. Visiteremo prima il ddieri piccolo che non presenta difficoltà di accesso e successivamente il ddieri grande accessibile grazie a una scaletta di legno. Dopo la pausa pranzo faremo ritorno alle
macchine.

I Ddieri di Baulì
Il fenomeno rupestre è un aspetto tipico del territorio ibleo in quanto la struttura geomorfologia delle sue rocce lo permetteva. L’intero altipiano è ricoperto di tenera roccia calcarea che l’uomo ha imparato a scavare fin dall’antichità, quando ne ricavava necropoli come Pantalica, Cava Grande, Castelluccio, ecc. Col passare del tempo l’uomo abbandonò l’entroterra in favore del a costa per potersi dedicare ai traffici commerciali che si svolgevano nel Mediterraneo, di cui la Sicilia rappresentava un punto cruciale di transito. Ritorna ad abitare gli altipiani calcarei e le valli fluviali dell’entroterra solo tra il IV e il V secolo d.C. quando, sotto la pressione delle incursioni costiere saracene, ma anche per sfuggire al ’asfissiante politica fiscale bizantina, è costretto a rifugiarsi nel ’entroterra. Questa volta però la roccia non venne utilizzata per ospitare i morti come in passato, ma direttamente per accogliere i vivi, nuove aperture più grandi vennero praticate nella roccia, accanto alle vecchie che vennero allargate per venire incontro alle rinnovate esigenze.
Intere popolazioni con le loro attività si spostarono verso l’entroterra del ’isola creando città-fortezze in pietra nei versanti più ripidi del e valli e dando luogo a quel o che viene oggi indicato come “fenomeno rupestre”. Si trattava di veri e propri agglomerati con stanze più grandi, anch’esse scavate nella roccia, che venivano adibite al culto, le chiese rupestri bizantine appunto caratterizzate dalla presenza di pitture sulle pareti oggi andate perdute per varie cause. Abbandonati progressivamente fra il XVII e il XVIII secolo, questi vil aggi rupestri, sparsi
qua e là sui monti Iblei, tornano ad essere abitati da folte schiere di briganti. Come accade nella maggior parte dell’isola, nel periodo successivo al ’unità d’Italia, i banditi ne fecero la propria base operativa, sfruttando l’estrema inaccessibilità dei questi luoghi. Il più famoso sembra essere stato il bandito “Giovanni Boncoraggio”, nato a Canicattini il 27 giugno 1831. Egli fu, negli anni che segnarono il passaggio dal Regno Borbonico al o stato Sabaudo, il capo indiscusso di una ciurma di ardimentosi briganti che operavano in tutta la provincia siracusana. Uno dei luoghi legati al brigantaggio del Bocoraggio è certamente il bosco di Baulì con i suoi “ddieri”. Insieme all’aspetto archeologico, rappresentato dalle abitazioni bizantine scavate nella roccia, ci si è anche soffermati all’osservazione degli aspetti naturalistici che questo territorio racchiude in se, particolarmente
all’interno del bosco di Baulì che bisogna attraversare per giungere fino ai ddieri che costituiscono l’aspetto più rinomato, affascinante e singolare conservato gelosamente dal a cava. Il termine ddieri deriva dal toponimo arabo diyâr, cioè abitazione, tesi avvalorata anche dal fatto che i templi scavati nel a roccia presenti nel a città di Petra vengono indicati col termine el ddier. I ddieri di Baulì sono un grosso agglomerato rupestre scavato interamente nella roccia costituito da tre nuclei: il Ddieri grande, il Ddieri piccolo e il Ddieri o’ rimitu. Risalenti all’epoca bizantina, al IV-V secolo d.C. secondo Paolo Orsi e Gaetano Curcio, furono realizzati per accogliere gruppi numerosi di abitatori, probabilmente comunità religiose. Quello grande poteva contenere fino a circa 50 persone.
Definire abitazioni rupestri queste perle di ingegneria articolate e complesse sembra alquanto riduttivo, i primi due complessi abitativi, il “ddieri grande”, il “ddieri piccolo”, sono scavati nella tenera parete di roccia calcarea rivolta a Nord-Est, mentre il “ddieri dell’eremita” quasi a sottolineare il nome, si trova in posizione isolata nella parete opposta e rivolta a Sud-Ovest. Lo studio approfondito di queste strutture è molto recente e si deve ad un geometra che qualche decennio fa ne ha effettuato i rilievi: il ddieri grande presenta ben 21 ambienti abitativi,
distribuiti su tre livelli, mentre il ddieri piccolo ha due elevazioni ed è composto da pochissimi ambienti. Il secondo piano sempre nel ddieri grande, raggiungibile attraverso una scala mobile in legno, presenta una stanza con del e incassature nel a parete, si suppone fossero dei silos per derrate alimentari in quanto non sono state impermeabilizzate con colate di malta per cui non potevano essere impiegati per immagazzinare l’acqua. La presenza di parecchi fori nelle pareti fa pensare agli usi più svariati, per appendere le torce mediante un gancio, per la stagionatura dei prodotti, per caviglie dove appendere vari oggetti. Il terzo livello invece presenta un piccolissimo ambiente forse utilizzato come torre di osservazione. Per scavare la roccia con molta probabilità veniva usata la tecnica del calcinamento, cioè accendevano fuochi per sbriciolare il calcare, ma indubbiamente questo richiedeva tempi lunghissimi. Venivano anche accesi dei fuochi all’interno degli ambienti per riscaldamento e cottura, vi erano anche dei buchi, una sorta di finestrelle per far uscire il fumo ed entrare la luce, tutto era razionalizzato al massimo. Certo è che la vita vi si svolgeva principalmente la notte in quanto di giorno erano dediti al lavoro nel e campagne.
I Ddieri costituiscono una vera e propria fortezza: situati in zone aspre e su più piani, ricavati nelle pareti verticali della roccia e protetti da fittissima vegetazione nonché da punti di discontinuità fra i differenti ambienti, testimoniano l’assillo del a difesa che attanagliava il popolo costruttore costretto a fuggire dal a costa.

 



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